Consigli lesti e onesti

“La leggenda del trombettista bianco” – Dorothy Baker

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CASA EDITRICE: FAZI EDITORE

ANNO DI PUBBLICAZIONE: 2015

PREZZO DEL CARTACEO: € 16,00

PAGINE: 236

TRADUZIONE: STEFANO TUMMOLINI

Come primissimo articolo per il blog ho scelto una recensione che tenevo nel portatile da troppo tempo e che ho scritto subito dopo aver terminato questo breve e incredibile libro, una storia di Dorothy Baker (1907-1968) ripubblicata da Fazi nel 2015 e passata ingiustamente in sordina.

Protagonista memorabile di questo romanzo del 1938 è Rick Martin, personaggio modellato sulla figura del trombettista statunitense Leon Bix Beiderbecke (1903-1931), leggenda del jazz degli anni Venti.

Il prologo ci catapulta immediatamente in quello che è il succo di tutta la vicenda:

È una storia che parla di molte cose – della differenza che c’è tra il saper suonare e il sapersi adattare alla vita; tra i bisogni dell’espressione artistica e quelli della vita di quaggiù; e infine tra il bene e il male, in questa forma d’arte nata in America che è la musica jazz.

In queste parole c’è l’essenza del protagonista e di tutto il romanzo. Oltre a una scarsa inclinazione allo studio, Rick dimostra ben presto una marcata predisposizione per la musica, attitudine che riesce a trasformare in un lavoro nel quale gettarsi con passione. Da sempre poco incline alla vita sociale o, per meglio dire, alla vita in generale, il giovane si sveglia, respira e vive per la musica, dedicando poco tempo e attenzione a quegli amici che tanto lo ammirano.

Genio indiscusso del jazz, ma al limite dell’autismo per la vita.

Si spingeva oltre il limite. Non dormiva e non mangiava, perché aveva sempre qualcosa di meglio da fare. Bere, ad esempio. E prima che potesse accorgersene, si ritrovò a bere quasi sempre, per mandare avanti anche il resto.

La musica e il jazz sono il suo rifugio, il suo tormento ed estasi, e si dedica ad essi, alla ricerca della perfezione e al miglioramento di sé stesso come musicista con devozione maniacale.

Rick non é adatto alla vita e ai rapporti con gli altri, perché essi richiedono attenzione, sacrificio e dedizione e lui pone tutto ciò nella sua grande passione, con bramosia e bisogno, poiché questa è la sua natura. È la dimostrazione dell’inevitabile disfatta dei geni in questo mondo: l’“inettitudine alla vita” non è vista come segno di grandezza e superiorità, bensì come inadeguatezza e limite.

Lui suonava sempre col cuore. Solo che nella sua musica c’è sempre stato, fin dall’inizio, un elemento di autodistruzione. Rick si aspettava troppo dalla musica, ci si era dedicato con un bisogno eccessivo.

Nel prologo, il giovane artista viene paragonato al Tonio Kröger di Thomas Mann, personaggio la cui spiccata indole poetica e sensibile poco si adegua alla vita reale e alla “normalità”.

Da un certo punto di vista, a questo proposito, potremmo paragonare Rick anche ad Harley, emblematico protagonista di The Man of Feeling (1771), ironico romanzo sentimentale dello scozzese Henry Mackenzie.

Trombettista

Così come Martin, che focalizza tutta la sua esistenza sulla musica, anche Harley è destinato a soccombere a causa del suo animo troppo sensibile e incompatibile con la cruda realtà.

Certo, il romanzo di Mackenzie nasce principalmente come un gioco di ironie verso l’inettitudine del protagonista e di tutti quei personaggi letterari che millantano una sovrumana sensibilità, ma il carattere di Harley ben si accosta alla natura di Rick, poiché entrambi non riescono a trovare corrispondenza tra la propria realtà e quella vera.

Sappiamo tutti che non si può raggiungere un ideale senza un minimo di pragmatismo e che la sensibilità e il genio non sempre sono compresi se non trovano equilibrio e posto nella vita vera. L’incapacità di stare al mondo che dimostrano sia il Trombettista sia il Man of Feeling, per quanto essi possano essere “superiori” all’uomo medio, è una barriera e può sfociare solo nel fallimento.

In questo mondo crudele e gretto non c’è spazio per loro.

Questa storia finisce con la morte. Perché il nostro Mr. Martin, fin dai tempi in cui strimpellava il piano, correva dritto verso la catastrofe.

Sì, questa era una citazione con spoiler ma, facendo parte del prologo, ci fa capire che non conta venire a sapere in anticipo della scomparsa di Rick. La cosa basilare è cercare di comprendere, nel corso del romanzo, quel doloroso, frenetico e devastante amore per la musica che lo ha portato alla disfatta.

L’aura leggendaria del trombettista bianco viene accresciuta dalla sua morte precoce, che contribuisce a collocarlo nell’Olimpo di tutti quegli artisti il cui anelito verso perfezione e ideale non avrebbe trovato sfogo rimanendo nella gretta e mediocre realtà.

Consiglio caldamente questo romanzo per la sua capacità di descrivere in modo semplice, genuino, spontaneo e senza troppi fronzoli una passione così profonda e totalizzante. Dalla prima pagina, Dorothy Baker catapulta il lettore nella fumosa e buia atmosfera del proibizionismo dei Roarin’ Twenties.

Ah, della Baker consiglio tantissimo anche “Cassandra al matrimonio”, pubblicato sempre dalla Fazi Editore.

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