Consigli lesti e onesti

“Perduti nei quartieri spagnoli” – H. Goodrich

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CASA EDITRICE: GIUNTI

ANNO DI PUBBLICAZIONE: 2019

PREZZO DEL CARTACEO: €19,00

PAGINE: 459

“[…] Napoli non era mai una scelta. Era un regalo che ti veniva imposto con le spalle al muro, una questione di nascita o di destino”.

A seguito di uno scambio culturale tra scuole superiori, l’americana Heddi, folgorata dalla città, decide di rimanere a Napoli. Si iscrive all’Orientale e, frequentando un gruppo di giovani anticonformisti, conosce Pietro, il cui amore segnerà la ragazza in modo indelebile.

La narrazione è in prima persona e ci catapulta subito e con vigore nella vorticosa vita universitaria e negli spensierati e appassionati anni della gioventù della protagonista. Il nome della protagonista è lo stesso dell’autrice e in effetti c’è moltissimo di quest’ultima nella storia.

È da sottolineare che l’americana Goodrich ha scritto il romanzo in un perfetto italiano e ciò, a mio avviso, è la dimostrazione del grande e viscerale amore per l’Italia e di una conoscenza profonda della lingua.

C’è una piacevole e ben studiata alternanza tra il presente e ciò che è stato: le mail del presente diventano una scusa per ripercorrere le vicende passate. I personaggi evolvono, crescono e cercano una propria strada. Napoli no. Napoli rimane immutata.

“Napoli non è cambiata. Forse è vero che lei è sempre la stessa e siamo noi che cambiamo”.

Lo stile è scorrevole, maturo, ricco di dettagli che permettono di immergersi completamente nei posti descritti, senza mai scadere nel luogo comune. Odori, sapori, canzoni, situazioni… i Quartieri spagnoli e Napoli vengono raccontati così per come sono e per quello che offrono: l’inebriante vino bevuto a pranzo, il fare l’amore con la finestra aperta mentre il vento caldo che annuncia l’estate entra prepotentemente nella stanza, il profumo di salsedine e brezza marina, l’aroma avvolgente di caffè, di sole e di sugo che borbotta sul fornello, i furiosi litigi tra comari urlati tra un palazzo e l’altro, le buste accumulate ai lati della strada, le cene arrangiate, i richiami dei venditori ambulanti, le sparatorie improvvise, i presepi e l’odore di castagne sotto Natale, il dedalo di viuzze sovrastato da lenzuola e cavi elettrici, gli appartamenti abusivi, il Vesuvio che osserva in lontananza…

“Secolo dopo secolo, a Napoli non cambiava mai niente. E stavo cominciando a sospettare che quella strana malinconia, che forse era unicamente napoletana, fosse la consapevolezza che, qualunque cosa succeda, la vita va avanti”.

Basilare è il legame che la protagonista instaura con Napoli, una sorta di sindrome di Stendhal rivolta alla città intera. Una voglia indescrivibile di far parte di essa, di non essere più straniera in quel luogo del cuore e dell’anima, di appartenere e trapiantarsi totalmente in quella realtà avvolgente, vivida, verace, orgogliosa e scanzonata che è Napoli e che possa essere definita” casa”, dopo un’infanzia nomade vissuta in America.

“La città era acqua che mi colava dalle mani, e il solo amarla mi intristiva, soprattutto di notte. Era una malinconia che non riuscivo né a scacciare né a capire. Mi ero data a lei tutta quanta, forse anche a tradimento di me stessa, eppure dopo tutti questi anni Napoli mi teneva sempre a distanza. […] Magari allora non era una malinconia legata alla mia realtà interiore, bensì un malessere esterno che si impadroniva di me, come una depressione meteoropatica, e che precedeva di molto il mio arrivo. Un dolore antico che non era mio, che apparteneva alla città”.

In questo libro ho trovato anche un dolore forte, sordo e persistente per un presente che non corrisponde ai sogni di gioventù, infranti a contatto con la realtà, e per un passato che non potrà più tornare o essere ripetuto.

“La scena era così familiare che tutti i ricordi dolorosi mi sono franati addosso, non ho retto più… Adesso capisco perché dicevi che ti bruciavano gli occhi ogni volta che tornavi a Napoli, solo che per me non è colpa dello smog”.

Ultimamente si vede molto spesso questo titolo sui social. Di fronte ai “casi letterari” mi capita sempre di pensare che 1. potrebbe essere il solito palloncino che in pochi giorni si sgonfia da solo; 2. lo voglio leggere per avere una mia opinione.

Con “Perduti nei quartieri spagnoli” direi che tutto il clamore positivo ha effettivamente motivo di esistere, se non altro perché riesce a mantenere l’attenzione sempre viva grazie a una storia godibile e graziosa. 459 pagine che si leggono con piacere.

In collaborazione con Giunti Editore.

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