Consigli lesti e onesti

“Panopticon” – J. Fagan

CASA EDITRICE: Carbonio Editore

ANNO DI PUBBLICAZIONE: 2019 

PREZZO DEL CARTACEO: €15,50

PAGINE: 297

TRADUZIONE: B. Ronca

“Certe volte spaccio, o sfascio la roba, o faccio a botte, ma io sono una persona supersincera, cazzo, e voi non lo capirete mai.”

Anais Hendricks è la voce narrante di questa storia ambientata a Edimburgo. Quindici anni, disadattata, più volte accusata di disordini, risse, spaccio e di aver mandato in coma una poliziotta, sogna Parigi ed è rinchiusa insieme ad altri “ragazzi perduti” nel Panopticon, un riformatorio di nuova generazione con un “approccio terapeutico olistico”, situato in un palazzo a quattro piani, a forma di C, con una torre di guardia al centro. 

“Nota a me stessa: basta farsi nei giorni di scuola. Solo nelle occasioni speciali: bar mitzvah, il martedì grasso, la Pasqua del cazzo.”

Siamo in balìa della mente di Anais, esaltata, schietta, perennemente all’erta ma capace di elucubrazioni al pari di grandi filosofi. Fatichiamo a districarci tra la realtà e la sua fervida immaginazione, offuscata da una vita al limite fatta di abusi, fughe, arresti, droghe, riformatori. Il Panopticon è davvero un istituto all’avanguardia o, come sospetta Anais, è un esperimento à la 1984 o Grande Fratello, messo in atto per studiare e “raddrizzare” i casi umani? Dopotutto, il nome (derivante dal greco optikon, visivo, e pan, tutto) rimanda inevitabilmente al carcere ideale progettato dal filosofo Jeremy Bentham. Secondo la sua visione, il continuo sentirsi osservato avrebbe portato il detenuto a modificare comportamento e carattere in modo definitivo, come se un potere onnisciente fosse perennemente focalizzato su di lui.

“Loro sono dappertutto e mi osservano.”

Ho apprezzato molto lo stile scanzonato, irriverente e denso di  parolacce liberatorie. Anais è un personaggio davvero unico, audace, che sputa in faccia con sarcasmo alle avversità e alla merda che la vita le butta addosso.

Consigliato!

PS: la scelta grafica dell’occhio in copertina, a mio avviso, fa pensare a quello del Big Brother di orwelliana memoria, ma anche al logo del noto programma televisivo. Credo richiami anche il dottor T. J. Eckleburg del gigantesco manifesto pubblicitario ne Il grande Gatsby, che dall’alto osserva e giudica la polverosa e proletaria periferia di New York.

In collaborazione con Carbonio Editore.

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